Mar 27 2007

AMATEVI COME IO VI HO AMATO: sparse riflessioni sull’essere solidali prese a caso dal Nuovo Testamento


foto: Pf

Prima di riprendere in maniera organica gli spunti lanciati da Andrea e Manuel, prima di preparare il pezzo per “il Brescia” di domani, recupero una riflessione pubblicata sul Gabbiano nel 2004

“Strinse i mortali in social catena”: così Leopardi, nel suo testamento spirituale, la Ginestra, parla della solidarietà umana di fronte alla durezza della natura. Non che io condivida appieno l’opinione del poeta; quello che volevo fare era solo invertire una prassi in uso al tempo presso i letterati: aprire cioè i propri scritti utilizzando una citazione biblica. Visto che ho intenzione di parlare di alcuni riferimenti biblici, ho provato ad iniziare con una citazione letteraria. Solidarietà, appunto, questo il tema di questo numero del Gabbiano e questo il tema di questo mio intervento. Alla fine, alla base del servizio agli altri, del dare qualcosa di sé per gli altri, possiamo ritrovare un brano che recentemente abbiamo affrontato nella liturgia: quello della lavanda dei piedi, in cui Gesù “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1.). Nel gesto semplice ed umile di farsi servo degli altri, Gesù insegna che: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”(Gv13,14-15). Come poi questo farsi servo degli altri possa essere concretamente tradotto, ce lo spiega ancora Gesù in molte parti della sua predicazione. Uno degli esempi di maggiore concretezza è nel discorso della Montagna, dalle Beatitudini alle applicazioni più concrete e quotidiane: “se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. à a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 41-44). Certo, si tratta di un obbiettivo molto alto se lo stesso Gesù ci ammonisce invitandoci ad essere perfetti come è perfetto il Padre. Ma di fronte a questo non possiamo almeno non provarci, cercando di abbattere anche alcuni pregiudizi e di farci davvero incontro all’altro, alla sua sofferenza, ai suoi bisogni o, semplicemente, ai suoi sogni e desideri unendo fede e opere, per non rischiare assurde incongruenze: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?” (Gc2,16)
Quando viene chiesto a Gesù cosa significhi “farsi prossimo” degli altri, risponde raccontando la parabola del Buon Samaritano. Sicuramente l’abbiamo sentita milioni di volte, da quando ce la raccontavano le suore all’asilo fino all’altro giorno, eppure ci sfugge sempre qualcosa in tutto questo. Al di là del fatto che i samaritani erano visti malissimo dai Giudei per la pretesa di adorare Dio sul monte Garizim (e raccontarla oggi sarebbe un po’ come raccontare la parabola del “buon albanese”); al di là del fatto che i due che non si fermano sono un sacerdote e un levita, cioè coloro che prestavano servizio al Tempio, la casa di Dio (ma non voglio sparare ancora su preti e suore, come mi è già successo di fare), Gesù conclude chiedendo chi si è fatto prossimo dell’uomo che era ferito. Questa cosa mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, pensando ad un errore di traduzione o qualcosa di simile. Ma come, non era stato il Samaritano a vedere nell’uomo ferito il suo prossimo? E allora perché Gesù chiede chi sia stato il prossimo dell’uomo ferito? Forse, semplicemente, ci sta sotto una scelta: tutti quelli che sono passati su quella strada, il Sacerdote, il Levita ed infine il Samaritano, hanno avvisto l’uomo che era stato derubato e avevano la possibilità di farsi a lui vicino, cioè prossimo. O meglio, per dirlo in altro modo, l’uomo ferito era loro prossimo, ma non tutti hanno scelto di accoglierlo come tale. Solo il Samaritano ha saputo vivere la reciprocità di tale rapporto e solo lui ha saputo farsi davvero vicino, cioè prossimo, di quell’uomo ferito, dandogli aiuto, tempo ed attenzione. E la conclusione di Gesù è stata lapidaria: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37.).

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