Ago 21 2007
“il sonno della ragione genera mostri” (F.Goya)
Può esistere dialogo con l’Islam?

immagine:mentelocale.it
A Chiari hanno dato fuoco ad una macelleria islamica.
Può essere successo per svariati motivi. Non ne escludo nessuno. Saranno le indagini a dare le risposte. Il fatto è che, al di là di cosa sia effettivamente successo, l’episodio segue altri del genere già accaduti in tutta la Lombardia e va a fomentare una paura e una diffidenza (reciproca) che di fatto è frutto d’ignoranza (anch’essa reciproca). Ma andiamo con ordine. Giorno dopo giorno ci troviamo da un lato a fronteggiare la crescente paura dell’altro, a vedere in ogni musulmano un possibile terrorista. Dall’altro, ci si appella al fatto che tutti preghiamo lo stesso Dio, anche se lo chiamiamo in modo diverso. Il rischio, per tutti, è quello di cadere in facili banalizzazioni, quando il mondo musulmano è meravigliosamente complesso. E meravigliosamente complesse sono le modalità per entrare in dialogo con questo mondo. Modalità che, troppo spesso, per un’informazione errata, vengono letteralmente calpestate e travolte da parole sbagliate. Faccio solo un esempio, relativamente recente. Pensiamo alle reazioni che lo scorso anno ci furono ad alcune affermazioni del Papa. In viaggio in Germania, durante la sua lezione tenutasi presso l’università di Ratisbona, il Santo Padre citò un passaggio di un dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano conoscitore di Cristianesimo e Islam.
Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo. La frase che tanta confusione ha generata è riportata nel settimo colloqui ed è attribuita all’Imperatore che, discutendo con il suo interlocutore, ad un certo punto afferma, per il Papa “in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile”: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Il Santo Padre continua poi: “L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima”. Messe così, fuori da ogni altro contesto, sembrano accuse gravissime nei confronti dell’Islam, che viene bollato come “irragionevole” e “in contrasto con la natura di Dio”. Messe così, appunto, fuori da ogni contesto. Perché all’interno della lezione tenuta da Benedetto XVI erano semplicemente il punto di partenza per un’articolata riflessione sul rapporto tra fede e ragione.
Purtroppo i mezzi d’informazione non hanno assolutamente prestato attenzione al contesto, preferendo prendere poche frasi e sbatterle in prima pagina, sollevando un gran polverone e scatenando le ire dei gruppi musulmani più estremisti (nessun capo spirituale o teologo islamico ha avuto da ridire sulle dichiarazioni del pontefice). Al punto che lo stesso Papa ha dovuto convocare gli ambasciatori dei Paesi a maggioranza musulmana accreditati presso la Santa Sede e alcuni esponenti delle comunità musulmane presenti in Italia per chiarire la propria posizione, citando quanto affermava il Concilio Vaticano II: ” a Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce” (Dichiarazione Nostra aetate, n. 3). Lo stesso Pontefice ha poi ribadito che il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà.
Che non si tratti di un intervento volto a “limitare i danni” per un’infelice dichiarazione (che poi infelice non è stata, ma solo travisata) lo si capisce, tra le altre cose, dal fatto che il 2 settembre, quindi 8 giorni prima della lezione di Ratisbona, il Pontefice aveva scritto una lettera in occasione del ventennale dell’incontro interreligioso di preghiera per la pace tenutosi ad Assisi. Nel documento, riprendendo la Nostra aetate, il Papa scriveva che “non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio”.
Se allora l’intenzione di un dialogo è così forte da parte del Vaticano e, dall’altra parte, arrivano segnali incoraggianti da buona parte dei leaders musulmani, perché le buone intenzioni non si sono ancora tramutate in fatti? Se esistono realtà molto belle di collaborazione (come ad esempio tra Croce Rossa e Mezzaluna Rossa in alcuni Paesi in guerra), perché tante incomprensioni? Se, come dicono in molti, in fondo chiamiamo lo stesso Dio con nomi diversi, perché continuiamo a “farci la guerra”? Perché, semplicemente, le cose non sono semplici come appaiono.
Forse è meglio individuare due livelli: quello dell’Islam e quello degli islamici. Parto, per comodità, dal secondo: ben pochi Musulmani conoscono a fondo i principi teologici dell’islamologia. A onor del vero, va detto che nemmeno i Cristiani conoscono a fondo i dogmi a cui credono (vero che la Trinità non è un argomento da chiacchierate da bar, ma tant’è). Eppure, proprio tra le persone, partendo dalle singole esperienze, è più facile trovare testimonianze di pacifica convivenza, lungo le strade della cooperazione e del volontariato. Conosco ottime persone tra i musulmani, così come conosco ottime persone tra i cristiani. Conosco persone meno corrette tra i musulmani così come conosco persone poco corrette tra chi si dice cristiano. Non ho rancori verso quelli che mi hanno fregato e sono contento di aver conosciuto le persone corrette.
Diverso è il discorso se andiamo ad un livello più alto, se parliamo di Islam inteso come religione. Già questo sarebbe un errore, perché il termine “religione” va stretto all’Islam. Non dobbiamo dimenticare infatti che Islam e Cristianesimo (ma anche Ebraismo e altre grandi religioni)sono moli di più di semplici religioni, che si limitano a prescrivere delle preghiere e dei riti da rispettare: sono (o almeno anche il Cristianesimo dovrebbe essere) modi di vivere, che interpellano tutte le nostre azioni. E che conducono a visioni differenti dell’uomo e del suo rapporto con la divinità.
Si dice che Islam, Ebraismo e Cristianesimo sono le tre grandi religioni monoteiste (che credono, cioè, all’esistenza di un unico Dio). Lo dicono anche alcuni documenti ufficiali della Chiesa. Già il discorso dell’unico dio si complica abbastanza, sia perché all’inizio dell’antico Testamento la cosa non era così chiara (se se il dio degli Ebrei che si era presentato a Mosè fosse stato l’unico, che bisogno c’era di chiedergli il nome?), sia perché la Trinità cristiana non è che sia una cosa così semplice da capire. Non sto a dilungarmi sulla “stranezza” del monoteismo cristiano, che crede in un Dio Uno e Trino. Quello che invece voglio sottolineare è che il monoteismo musulmano non è un monoteismo teologico (non ci sono complicate teorie che spiegano perché Allah è l’unico dio), ma funzionale. L’unico dio serviva a giustificare l’unica legge (shar’ia) che univa le diverse tribù arabe in un unico popolo. Lo stesso tradurre shar’ia con legge è improprio, perché la shar’ia non dà solo norme etiche (quello che è giusto e sbagliato), ma illustra anche i piccoli comportamenti che denotano un musulmano.
Già, la questione è questa. Essere un buon musulmano. Per l’Islam l’uomo nasce musulmano, “sottomesso” alla divinità (sottomesso, ma non servo; semplicemente riconosce di avere bisogno della divinità), così come accade al mondo, che però poi si allontana dal creatore. Compito del buon musulmano è allora quello di far tornare il mondo alla purezza originale. È questa la jihad, molto più che una “guerra santa”, come invece ce la vendono televisione e giornali: è il ritorno alle origini, anche ricorrendo alla forza (in realtà questo è solo uno dei significati della parola araba; gli altri due, i principali, sono quello della lotta coi propri vizi e della difesa della propria fede). Il fatto che parole che per noi hanno un unico significato (“uomo”, “mondo”) rispecchino idee di fondo così diverse, ci fa capire quanto sia difficile percorrere la strada del dialogo.
Per un dialogo che dia dei frutti, è necessario intendersi sui termini che si usano. Faccio solo un esempio: quando nel ’48 i paesi arabi sottoscrissero la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, si premurarono, prima di diffonderla, di aggiungere, sotto ogni articolo, alcuni versetti del Corano che aiutassero ad interpretare il testo. Fin qui niente di strano, se non fosse che l’immagine d uomo che esce dal Corano è quella dell’uomo islamicamente conformato. Quindi, quei diritti sottoscritti valgono solo per gli islamici?
Tutto questo per dire che, se prepararsi allo scontro può essere affrettato, pretendere di impostare un dialogo è forse utopistico. Forse. Se ci accontentiamo di facili luoghi comuni, come “siamo tutti fratelli”, ci limitiamo ad un buonismo religioso da quattro soldi, ottimo per collaborare in ambito sociale (ed è già molto), ma non certo per arrivare ad un vero dialogo interreligioso. Se ci intestardiamo a sbattere le nostre verità in faccia all’altro, rischieremo solo di dare forza agli integralismi (e, a suo modo, esiste anche un integralismo cattolico sempre più pressante, quello che vorrebbe invitare a nuove crociate). Dovremmo avere il coraggio di confrontarci non sulle risposte ma, come mi diceva un docente dell’Università Cattolica, sulle domande. Non certo chiedersi “qual è il senso della vita?”, perché già presuppone determinate risposte; quanto piuttosto domandarsi “cosa è vivere?”, per arrivare a capire che, per cristiani e musulmani, l’uomo è in ricerca, che ricerca la felicità, che…
Non è molto, ma conoscersi, e conoscere come dialogare, può essere un punto di partenza per andare oltre le facili semplificazioni, i proclami guerreschi e le paure collettive; può aiutare la convivenza e, come auspicava il Vaticano II, fare in modo che la religione, che ogni religione, “non possa che essere foriera di pace”

22 Agosto 2007, ore 7:12
Nn ho ancora letto tutto il pezzo, sono un po’ di fretta.. Per chi fosse interessato a un riassunto degli ultimi attentati, nel mio blog ho copiato il lancio di agenzia (ansa) che li cita tutti. http://jordigalbiati.ilcannocchiale.it/
A più tardi (per leggere i tuoi pezzi devo avere il tempo di digerirli e pensarli…)
22 Agosto 2007, ore 12:13
Una riflessione sul passaggio in cui ti soffermi sulle spropositate reazioni al discorso di Ratisbona. Dici che è stato decontestualizzato - ed è vero; d’altronde i titoli difficilmente riescono a carpire gli argomenti. Dici che è stato strumentalizzato - ed è altrettanto vero, come dimostrano le reazioni più pacate dell’islam moderato.
Osservo però alcune cose:
- i maggiori quotidiani nazionali, il giorno successivo all’intervento, ne hanno pubblicati ampi stralci proprio per contestualizzare;
- il Papà non è solo capo spirituale, ma anche Capo dello Stato Vaticano; la diplomazia vaticana, d’altronde, è famosa in ambito diplomatico per essere la migliore del mondo;
- dal punto di vista della diplomazia vaticana (punto di vista tenuto in gran conto dalle gerarchie ecclesiastiche) un discorso come quello di Ratisbona non è esattamente prudente nell’attuale scenario delle relazioni internazionali;
- la critica principale mossa al Pontefice dai commentatori, infatti, riguardava proprio il suo essere troppo “teologo” e troppo poco “Capo di Stato”;
- la scarsa prudenza dell’entourage di Papa Benedetto XVI, poi, ha avuto un’altra spiacevole puntata quest’estate, quando il Pontefice ha ricevuto (o incontrato? ancora non s’è capito) il direttore xenofobo della polacca Radio Maria suscitando lo sdegno delle comunità ebraiche europee.
Può darsi che alcuni siano semplici errori di etichetta, che ora il Papa “corrigerà” con l’esperienza. Oppure può darsi che si inseriscano in una nuova linea politica, meno incline alla mediazione in un momento in cui i valori cattolici - a giudizio di molti - sono sotto attacco.
Eppure i richiami al dialogo vaticani sono molti. Solo, stridono con alcuni comportamenti.
22 Agosto 2007, ore 23:37
Grazie mille, Alessandro, per le preziose puntualizzazioni. Citavo l’esempio di Ratisbona perché è stato un caso relativamente recente e decisamente eclatante sulla difficoltà dell’entrare in dialogo che vivono Cristianesimo e Islam. forse con l’esempio mi sono fatto prendere un po’ la mano.
Sulle altre questioni che metti sul tavolo, vorrei giusto aggiungere due idee, non per prendere le difese del Papa (non credo abbia bisogno di essere difeso dalle mie o dalle tue considerazioni), quanto per provare ad arricchire la discussione, non nell’ottica del singolo episodio ma del rapporto con l’Islam.
-il discorso di Ratisbona non è stato prudente dal punto di vista diplomatico. Del resto questo Papa è continuamente “sotto osservazione”, dovendo convivere con la memoria di una figura come quella di Giovanni Paolo II. Quella di Ratisbona era comunque una lezione universitaria, più che un discorso “a porte aperte”. Questo non evita però che l’argomento fosse perlomeno “caldo” e che quindi qualche interpretazione, frettolosa o errata, fosse da mettere in conto.
-più della questione dell’incontro con il direttore di Radio Marja (su cui sono state annunciate verifiche, vedremo), che spero sia stata solo una gaffe, sarebbero da ricordare alcune recenti dichiarazioni del pontefice riguardo alle altre confessioni cristiane, dove esaltava la verità portata dal Cattolicesimo. Che è anche vero, in un’ottica di fede, ma non è propriamente la via migliore per un cammino ecumenico.
-Vero è anche che Papa Ratzinger, già dall’omelia al funerale di Giovanni Paolo II, aveva mostrato quale sarebbe stata la linea del suo pontificato: la lotta al relativismo e un recupero dei valori cristiani. Probabilmente è in quest’ottica che vanno lette molte azioni del pontefice, al di là di alcuni “scivoloni” veri o presunti. Anche se non credo che ripristinare la messa preconciliare sia un passo necessario nel recupero dei valori tradizionali cristiani (ma, lo prometto, voglio andare a “sentire” una di quelle messe, appena possibile)
I richiami al dialogo, da parte del Vaticano, sono tanti (sono passati i tempi in cui chi non era cristiano “anatema sint” e in cui si pregava per gli infidi Ebrei). Nelle citazioni ho cercato di fare riferimento al Concilio. Una posizione ancora lontana da quell’ottica, forse utopistica, di confronto sulle risposte, ma una forte apertura verso il “raggio di verità” nelle altre religioni.
Concludo riportando un pensiero che ho condiviso sul forum di informachiari.it
Ricercare il dialogo è decisamente difficile. Difficile perché è diverso il modo di pensare, il significato delle parole stesse che usano le diverse parti. Non possiamo pretendere che gli altri pensino con le nostre categorie. Per questo, prima di tutto deve esserci conoscenza reciproca. A quel punto ci può essere rispetto. E allora far nascere un dialogo. Ripeto, senza la pretesa di portare la propria verità. Il problema è che spesso manca la conoscenza di fondo, si viaggia su pregiudizi (da una parte e dall’altra) e ci si ghettizza. Da soli.
Dovremo provare a passare attraverso la conoscenza reciproca e il rispetto. Possiamo organizzare manifestazioni (ragiono come ragiono nella scuola, so che non è il massimo) per la conoscenza delle reciproche tradizioni. Il primo contatto, da parte dei bambini, è proprio “da te come si fa?”
23 Agosto 2007, ore 6:52
I bambini - mediatori culturali “naturali” - sono l’unica riposta possibile. Purtroppo proprio in questi giorni mi è capitato di leggere dichiarazioni legaiole che accusavano i bambini islamici di insultare i bambini cristiani con parole messegli in bocca dai genitori… La società che hanno in mente nella lega, a volte mi sembra Beirut.